Cinquant’anni dopo il terremoto del Friuli del 1976, il CISM di Udine torna su una delle esperienze più significative per l’ingegneria italiana. Dalla ricostruzione post-sisma nasce un modello di formazione che ancora oggi collega ricerca e professione, come sottolinea il professor Fabio Crosilla.
Non fu solo una tragedia. Il terremoto del Friuli del 1976 rappresentò anche un punto di svolta per l’ingegneria italiana, segnando l’inizio di un percorso in cui la ricostruzione del territorio si intrecciò con lo sviluppo di nuove competenze tecniche e scientifiche.
A cinquant’anni da quel momento, il Centro Internazionale di Scienze Meccaniche (CISM) dedica un incontro di memoria e testimonianze, in programma il 22 aprile 2026 a Udine, presso Palazzo Mangilli del Torso, accompagnato da una mostra rievocativa sulle attività formative avviate subito dopo il sisma.
La sequenza sismica che ha colpito il Friuli nel 1976 è stata molto lunga, con diverse scosse di magnitudo elevata che si sono protratte per molti mesi. Al terremoto principale di magnitudo 6.5, avvenuto il 6 maggio alle 21 della sera, sono seguite numerose repliche (aftershocks) nei giorni e nei mesi successivi (ingvterremoti).
L’obiettivo non è solo ricordare, ma rileggere una stagione in cui la necessità di intervenire rapidamente sul patrimonio edilizio ha portato alla costruzione di un modello formativo innovativo. In quel contesto, il CISM si affermò come riferimento tecnico-scientifico, promuovendo iniziative dedicate alla formazione degli ingegneri coinvolti nella ricostruzione.
Proprio da questa esperienza prende forma un approccio che ancora oggi caratterizza l’attività del Centro. Come evidenzia il professor Fabio Crosilla, il valore del CISM risiede nella capacità di collegare la ricerca accademica alle esigenze concrete della professione, rendendo la formazione continua un elemento centrale per la sicurezza e la sostenibilità del territorio.
Nel periodo immediatamente successivo al terremoto, le attività didattiche si concentrarono sugli strumenti e sulle tecniche di calcolo necessari per affrontare la ricostruzione. Quelle esperienze vengono oggi rilette alla luce delle metodologie contemporanee, in un confronto che mette in evidenza l’evoluzione scientifica maturata nel corso di cinquant’anni.
Il programma dell’incontro riflette questa continuità tra passato e presente. Gli interventi spaziano dall’analisi dell’ingegneria sismica negli anni Settanta fino alle nuove tecnologie applicate alle costruzioni e alle strategie multidisciplinari che caratterizzano la ricerca attuale, con un focus specifico sugli strumenti di calcolo sviluppati nel periodo post-sismico.
Quella stagione ha lasciato un’eredità concreta. Le attività di formazione avviate dopo il terremoto si sono progressivamente consolidate, diventando parte integrante del sistema di aggiornamento professionale. Nel 2025, oltre duecento partecipanti tra ricercatori, professionisti e tecnici hanno preso parte ai corsi avanzati del CISM, confermando il ruolo del Centro come punto di incontro tra mondo accademico e applicazione operativa.
Guardare oggi al terremoto del Friuli significa quindi comprendere come una fase emergenziale abbia contribuito a costruire una cultura della prevenzione e della sicurezza sismica che continua a evolversi. L’iniziativa del CISM si inserisce in questo percorso, offrendo una lettura che unisce memoria, formazione e sviluppo scientifico.

