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Le onde sismiche generate dai terremoti potrebbero perturbare linee di faglia distanti, rendondole così più cedevoli e favorendo il verificarsi di terremoti, in tutto il mondo. Questo è quanto viene ipotizzato da un team di sismologi americani e riportato in un articolo sulle pagine di Nature.
Esaminando 22 anni di dati sismici ottenuti dalla faglia di Sant'Andrea all'altezza della cittadina californiana di Parkfield, i ricercatori hanno riscontrato una sostanziale aumento nella frequenza di piccoli terremoti, questo a partire dal 2005. Subito dopo, cioè, il terremoto verificatosi nell'Oceano Indiano nel dicembre del 2004; tutti ricorderanno che da quell'evento sismico scaturì il più disastroso tsunami a memoria d'uomo. Un incremento in termini di piccole scosse si verificò anche a metà degli anni '90, dopo che nel 1992 un terremoto di magnitudo 7.3 colpì il deserto californiano, a centinaia di chilometri dalla cittadina di Parkfield.
La possibilità che un evento sismico posa riprodursi - con minore intensità - anche a lunghe distanze, è in realtà qualcosa di già noto. Nel 2002 un terremoto di magnitudo 7.9 investì l'Alaska causando piccole scosse anche in Wyoming e California. La differenza con quanto viene affermato dall'equipe di studiosi americani è però nei "tempi di risposta": se, infatti, nel caso del 2002 le scosse minori si verificarno poche ora dopo quella principale, a causa probabilmente degli effetti delle vibrazioni sulle faglie in questione, quelle di Parkfield sono state registrate con mesi di ritardo.
L'unica spiegazione sembra essere quella che vede anche i terremoti distanti di notevole magnitudo indebolire la faglia di Sant'Andrea. Taka'aki Taira, un sismologo dell'Università di Berkeley, fa notare che:"Una faglia più debole significa che essa è stressata, ossia è in grado di immagazzinare meno energia prima di cedere".
Oltre ad aver osservato le serie di terremoti minori, Taira ed i suoi colleghi hanno anche notato cambiamenti legati alla dispersione sismica delle onde. Le analisi dei sismologi americani hanno messo in luce come questa dispersione avvenga infatti in molteplici direzioni. Il team di ricercatori crede che questi cambiamenti siano associati al movimento di acqua in profondità all'altezza della zona di faglia. L'acqua opererebbe in sostanza una sorta di lubrificazione della faglia, rendendola più debole e più propensa ai muoversi.
"Abbiamo bisogno di esperimenti in laboratorio per cercare di comprendere come i fluidi migrano in presenza di scosse del terreno", dice Taira.
Ciò significa che si è ben lungi dall'essere arrivati a prevedere il verificarsi di un terremoto. "Abbiamo ancora molto da fare", sottlinea Taira. Nonostante ciò, le scoperte del team americano rappresentano uno step iportante nella determinazione del rischio sismico. "Abbiamo compiuto osservazioni solo a Parkfield, ma ipotizziamo che il trend osservato in California possa essere simile anche in altre parti del mondo".
I ricercatori, a conferma di quanto fin qui riportato, hanno inoltre contato il numero di grossi terremoti - classificati con magnitudo 8.0 o superiore - verificatisi dopo quello del 2004 nel Sud-Est asiatico. Le informazioni raccolte hanno messo in luce come il periodo che va dal 2005 al 2007 abbia fatto registrare il maggior numero di sismi del genere rispetto a periodi simili a partire dal 1900. Anche questa, un'indicazione di come altre faglie potrebbero essere state influenzate dal terremoto del 2004.
I futuri studi dell'equipe dell'Università di Berkeley potranno anche far affidamento su un sistema denominato SAFOD (San Andreas Fault Observatory at Depth). Il SAFOD è un sistema di monitoraggio che verrà posizionato circa 3km all'interno della faglia di Sant'Andrea e che sarà dotato di rilevatori sismici. Il sistema è dunque in grado di rilevare anche i minimi movimenti tellurici, fornendo dati importanti per il proseguimento degli studi.
I risultati di questi studi stanno creando una eco particolare in questi giorni, dopo i disatrosi eventi che hanno colpito le isole Samoa e Sumatra. La poca distanza in termini di tempo che ha caratterizzato i due sismi, fa pensare al fatto che possa esserci qualche correlazione tra i due eventi. Questa ipotesi sarebbe legittimata dal fatto che anche cinque anni fa il terremoto-maremoto del 26 dicembre fu preceduto da un sisma di magnitudo 8.1 al largo dell’isola Macquarie.
Se è possibile, come abbiamo visto nel caso dell'Alaska del 2002, che il primo terremoto abbia dato il là anche al verificarsi del secondo, è altresì vero che il team di sismologi americani dovrebbe osservare, nei prossimi mesi, serie di movimenti tellurici presso la faglia di Sant'Andrea, proprio come è successo col terremoto del 2004.
Fulvio Bernardini
Riferimenti:
Taira T., Silver P.G., Niu F., Nadeau R.M. Remote triggering of fault-strength changes on the San Andreas fault at Parkfield, Nature 461, 636-639 (1 ottobre 2009).
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