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Editoriale - Convegni: rapporti di ricerca o relazioni tecniche?
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Se da un lato viene spontaneo sentirsi colpiti dalla restrizione operata ai fondi, dall’altro non si può fingere di ignorare lo spreco di risorse del sistema italiano per la ricerca che, seppur avanzato nella sua dualità accademica e istituzionale, si trova attualmente in una fase di profonda decadenza. Per comprendere quando è iniziato questo processo, bisogna tornare ai tempi in cui è stata introdotta la ricerca “ad orario d’ufficio” con la grande riforma universitaria degli Anni ’80 in cui tra l’altro venne bandita la possibilità di effettuare contemporaneamente il docente universitario e il professionista, a causa di un malcostume dilagante, all’epoca maggiormente diffuso nella classe medica. Ma come con tutte le grandi riforme, si finì per colpire uno dei lati buoni del sistema di allora: parlo di quella che era la possibilità di inserire nuovi ricercatori nelle varie “scuole”, come ad esempio avveniva nel triennio della Facoltà di Ingegneria a Roma a San Pietro in Vincoli; qui erano presenti numerosi ricercatori, una vera e propria fucina di futuri scienziati, tutti spinti da una comune passione per la scienza, la ricerca e la tecnologia, passione che ovviamente travalicava qualsiasi impegno orario, tanto da consentire loro l’ingresso nei locali degli istituti anche in orari notturni.

Da allora – mi sia consentito questo appunto senza il rammarico di nessuno – il livello del ricercatore e del docente è decaduto, con conseguenze sull’intero sistema universitario, obbligato spesso a reclutare i propri elementi anche attraverso lo schema del co.co.co (consulente coordinato e continuativo), con evidente difficoltà nel dotarsi di contributi di alto livello provenienti dal mondo professionale; con tale regime contrattuale si offrono corrispettivi incredibilmente bassi, tali da portare il compenso annuale di un docente universitario “a contratto” a livelli inferiori rispetto al compenso mensile di un qualsiasi impiegato “di ruolo”.

Da quel momento il sistema universitario, comunque affetto dal controllo clientelare, non ha più selezionato i migliori, e la classe dei docenti e dei ricercatori italiani è scesa così in basso tanto da arrivare a chiedersi quanto siano utili gli investimenti nel settore.
Si è finiti così per fraintendere la ricerca con una specie di esercizio di inutilità e ciò viene troppo spesso confermato dagli interventi presentati ai convegni – tra i quali purtroppo non disdegna di offrirci blasonati esempi anche il recente convegno ASITA di Bari – nelle cui relazioni non si fa altro che “provare a vedere se tal metodo o tal strumento possono servire al tal fine”; questo, per poi arrivare a dimostrare che la tesi proposta non è verificabile, senza essersi neanche curati in precedenza dei risultati simili già raggiunti da altri colleghi.
Come si può, ad esempio, utilizzare fondi di ricerca PRIN, Progetti di Rilevante Importanza Nazionale (!) per scoprire che una frana – per definizione in movimento – dev’essere “monitorata da postazioni fisse”? Oppure per scoprire che i dati SAR da satellite non sono utilizzabili per il monitoraggio “certificato” dei movimenti del territorio?
Spesso, purtroppo, i manoscritti sottoposti sono relazioni tecniche di incarichi professionali travestite o trasformate in report di ricerca. Nel tempo, infatti, il concetto che sta alla base della volontà di presentare un lavoro ad un convegno si è invertito: invece di descrivere un metodo (possibilmente nuovo) per poi discuterne – brevemente – un test e i suoi risultati, vengono presentate lunghe descrizioni di un’attività, (“relazioni tecniche” per l’appunto), derivandone – forse – alla fine, un metodo (quasi mai) nuovo.
Al Consiglio Scientifico di ASITA inviamo il sentito suggerimento di rivedere gli attuali livelli di accettazione per le presentazioni dei ricercatori, degli operatori delle industrie e delle accademie, allo scopo di poter ascoltare a Brescia nel 2010 una vera selezione dei contributi della ricerca italiana nel settore della geomatica, il tutto in regime di libera competizione; a costo di ridurre il numero delle presentazioni ed eliminare il parallelismo delle sessioni che tanto nuoce alla scienza.
Del resto, riviste come la nostra possono sicuramente consentire pubblicazioni di “Reports” e “Focus” di attività geomatiche che potrebbero non trovare posto nell'augurato restringimento dei “requisiti minimi di accettazione”.

Buona lettura,
Renzo Carlucci
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Agata  - RE: Convegni: rapporti di ricerca o relazioni tecn |20-02-2010 10:36:55
Buongiorno.

Ho letto con interesse il suo articolo di cui in oggetto.

Ringrazio SINCERAMENTE per la qualità degli aricoli trattati. REALLY!

Io credo che tra il bianco ed il nero ci siano infinite sfumature e che forse

è utile non vedere nè tutto bianco nè tutto nero? ;-)

Mi perdoni... ma le domanda che volevo farle sono le seguenti:

Non sono forse i "GIOCHI DI POTERE a distruggere la VERA bellezza e
passione

per la ricerca scientifica"?

E' uno spunto di rifessione o una domanda?

All the best to all of you

Agata
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Il nostro autore Renzo Carlucci scrive per noi dal Sabato 12 Dicembre 2009.

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