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La crisi della cartografia tradizionale è un argomento molto dibattuto, specialmente negli ultimi tempi. Anche GEOmedia si è occupata dell’argomento, analizzando le cause della crisi che sta affliggendo una delle maggiori aziende nazionali. In un interessante articolo a firma di Jim Baumann sul numero di giugno di Geoinformatics, si fa il punto sul lavoro della National Geographic Society (NGS).
Il contributo è utile per sottolineare l’importanza della produzione cartografica della NGS ma, soprattutto, per mettere in risalto le corrette e tempestive decisioni che hanno permesso alla società di mantenere inalterato nel tempo il suo prestigio internazionale. L’offerta cartografica della NGS infatti, è rimasta decisamente al passo coi tempi con i nuovi paradigmi e le nuove tendenze che hanno animato l’universo delle mappe negli ultimi anni.
La National Geographic Society fu fondata nel 1888 a Washington da 33 esploratori (tra i quali John Wesley Powell ed A. W. Greeley) e scienziati (tra di essi Alexander Graham Bell). Tra le molte attività svolte dalla NGS, si ricordano la sponsorizzazione delle spedizioni artiche di Robert E. Peary ed il finanziamento per la riscoperta e l’esplorazione del Macchu Picchu in Perù, operata da Hiram Bingham III.
L’obiettivo iniziale della nascita della NGS era – e lo è per certi versi tuttora – quello di incrementare e diffondere la conoscenza geografica; col passare del tempo, la National Geographic Society si è trovata a sposare una causa meno avventurosa ma pur sempre di grande portata. Con la fine dell’età dell’oro delle esplorazioni, la NGS sta infatti affrontando nuove sfide, che la vedono in prima linea nella promozione della conservazione delle risorse culturali, storiche e naturali del nostro pianeta.
Nel 1915, la NGS decise di formare al proprio interno una divisione dedicata alla produzione cartografica. All’epoca, le matrici di stampa per le mappe venivano create attraverso un processo chimico che permetteva all’inchiostro di aderire sulla tavola solamente alle parti dell’immagine che dovevano essere mappate. La tavola finale veniva poi trasferita su di un telo di gomma per iniziare così il processo di stampa offset.
Col passare degli anni anche la tecnica si è evoluta: le lastre venivano create utilizzando strumenti a punta fina in grado di descrivere linee su fogli di Mylar. Venivano utilizzati differenti fogli per ogni differente tema o livello rappresentato sulla mappa (confini, torrenti, strade e limiti catastali). I fogli venivano poi combinati fotograficamente in modo da creare le separazioni di colore necessarie alla stampa offset. Nonostante questo fosse un processo molto dispendioso in termini di tempo, si rivelò molto interessante per la qualità del prodotto finale.
La fase più recente della produzione della NGS è cominciata con l’acquisto di un sistema Scitex, nel tentativo di automatizzare la propria fornitura cartografica. Lo Scitex era un rudimentale sistema di pre-stampa e di elaborazione delle immagini che richiedeva una sala climatizzata apposita.
La metà degli anni ’80 ha visto la divisione incorporare nel processo di produzione la soluzione ArcInfo di ESRI. Tale implementazione corrispose ad un importante miglioramento nella produttività, nell’utilità e nella versatilità della produzione cartografica della NGS. Inoltre, col rilascio di strumenti come Maplex ed altre estensioni in ArcGIS, la divisione cartografica dell National Geographic Society è stata in seguito in grado di riprodurre i propri stili artistici, stili che erano di fatto il marchio del lavoro della NGS (ad esempio, il testo curvo in punti della mappa particolarmente “affollati”).
Nel 1999, il National Geographic MapMachine era il primo atlante interattivo sul web targato NGS.
Già prima di questa data – data che corrisponde anche con la pubblicazione della settima edizione dell’atlante in allegato al National Geographic magazine (l’ottava è del 2004) – la NGS era già in grado di fruttare le funzionalità che il flusso di lavoro in ambiente GIS è in grado di fornire, questo ancora grazie ai prodotti ESRI.
L’utilizzo di dati satellitari ed immagini radar ottenute dallo Shuttle permise ai cartografi della National Geographic Society di creare un atlante preciso e tecnicamente avanzato, il primo ad essere fornito anche in edizione digitale.
A partire dall’edizione 2004 dell’atlante, la NGS ha sviluppato una serie di geodatabase globali, in grado di condividere tutti lo stesso schema e collegati ad un indice dei nomi geografici che permette all’NGS di produrre diverse mappe con copertura, scala e proiezioni differenti. I database supportano non solo l’atlante del mondo ma anche molti altri prodotti, progetti e servizi. Inoltre, i database possono essere facilmente aggiornati, ogni qual volta avvengano cambiamenti a livello globale e che debbano quindi essere inclusi nell’atlante o nelle altre pubblicazioni NGS. I database globali sono anche alla base di progetti speciali dell’NGS legati alla produzione di mappe customizzate e ad accordi di licenza. La NGS sta attualmente lavorando affinché l’atlante sia fruibile online.
Nel mantenere intatto lo spirito fondante la sua missione, la National Geographic Society è oggi sponsor di BioBlitz, un evento annuale della durata di 24 ore in cui squadre di scienziati, volontari e membri della comunità uniscono le forze allo scopo di individuare, identificare ed apprendere quante più informazioni possibile sulle specie vegetali ed animali presenti nelle zone che anno dopo anno vengono selezionate. Questo a conferma della ferma volontà della NGS di mantenere il pià aggiornato possibile il proprio database di informazioni, non solo a livello territoriale.
Particolare dell'atlante della NGS: l'ASIA
(clicca sull'immagine per ingrandire)
© National Geographic Society
La National Geographic Society ha saputo dunque cogliere la sfida che le nuove tecnologie hanno imposto al mondo della cartografia; la NGS, con la sua capacità di adattamento, ha fatto delle innovazioni e delle tendenze che animano la “nuova” disciplina un punto di forza della propria produzione e della propria missione.
Fulvio Bernardini
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